Cappuccetto Rosso, la bambina che non riconosceva la paura

cappuccetto rosso

C’era una volta una dolce bimbetta; solo a vederla le volevan tutti bene, e specialmente la nonna che non sapeva più che cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso, e poiché, le donava tanto, ed ella non voleva portare altro, la chiamarono Cappuccetto Rosso.

Così inizia la fiaba nella versione dei Fratelli Grimm, versione cui faremo riferimento per riflettere sulla situazione problematica e le possibili soluzioni che simbolicamente offre alla nostra attenzione. Anche in questa narrazione, come in Cenerentola, il nome della protagonista deriva da come appare esteriormente all’inizio del racconto; ma l’identità è di tutt’altro aspetto.

Il cappuccetto di velluto rosso è un dono della nonna, un abito che la rende tanto felice di ricevere apprezzamenti, da mantenerla fedele ad un’immagine di sé rispondente al desiderio dell’altro; ma poi accade qualcosa che forse era attendibile, giacché la nonna non sapeva più che cosa regalarle.

La modalità educativa ricevuta ha esaurito la propria funzione, non è più vitale per la crescita psicologica della nostra eroina. Così, nel linguaggio delle fiabe, la nonna si ammala; ma la mamma non trova di meglio che affidarsi formalmente all’educazione ricevuta.

Un giorno sua madre le disse: “Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Sii gentile, salutala per me, e va’ da brava senza uscire di strada, se no cadi, rompi la bottiglia e la nonna resta a mani vuote.”

Questa maledizione o profezia che si auto-avvera, rivela il messaggio di un’educazione intesa come trasmissione di norme, cui il bambino deve adattare lo sviluppo della propria identità, che, inconsciamente, così recepisce: da te e dalle tue capacità non mi aspetto niente di buono, quindi ti do le indicazioni da seguire per mantenere in vita le regole di un buon comportamento.

“Si farò tutto per bene,” promise Cappuccetto Rosso alla mamma, e le diede la mano.

Così la bambina inizia il suo percorso, portando con sé un bagaglio di prescrizioni comportamentali, senza una guida che l’incoraggi a sentire le emozioni che prova e ad agire in prima persona. Quindi, giunta nella strada del bosco, incontrando il lupo non ebbe paura; seguendo le sue indicazioni, vide i raggi del sole filtrare attraverso gli alberi e tutto intorno pieno di bei fiori, e pensò di fare cosa gradita alla nonna raccogliendone un mazzo.

Nelle fiabe, come nei sogni, le immagini sono espressioni di stati d’animo, un intreccio di sensazioni, sentimenti e pensieri; dimensioni che, per mezzo dei precetti razionali, è impossibile cogliere. Simbolicamente, il bosco indica uno spazio diverso da quello “coltivato” dalla coscienza umana, i suoi abitanti sono aspetti dell’Ombra che, nella psicologia junghiana, rimanda a un’immagine archetipica, l’altro lato di noi che condensa in sé aspetti non differenziati, oscuri e primitivi che l’Io, per motivi etici o educativi, rimuove o nega.

Psicologicamente, indica la necessità di accogliere le paure e le emozioni proprie del nostro appartenere ad una natura collettiva, sorretti dall’imprescindibile valore della coscienza individuale.

Di per sé, l’Ombra ci fa paura; rimanda al non conosciuto, l’oscuro, il buio che può nascondere anche pericoli per la propria integrità. Cappuccetto rosso, incontrando il lupo, non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva. L’educazione ricevuta non è stata orientata allo sviluppo di una coscienza individuale, atta al dialogo con gli istinti, le emozioni, e l’ampliamento degli impulsi creativi, contenuti nell’Ombra.

L’esperienza vissuta nel bosco non produce nessun cambiamento nel suo modo di sentire se stessa e di sperimentare la vita. Ne è uscita viva solo per la presenza, nei dintorni, dei taglialegna, cioè di individui che conoscono il bosco e il modo adatto a disciplinarlo. Così, giunta nella casa della nonna, ancora una volta si affida alle risposte che l’altro dà alle sue domande; continua a demandare la propria capacità di cogliere il senso dell’esperienza che sta vivendo. Ciò coincide con l’essere divorata dall’Ombra collettiva, le cui propaggini si perdono nel mondo dei nostri antenati animali.

La storia sembrerebbe finita, ma arriva l’aiutante. Diversamente da molte altre fiabe, qui non si tratta di un aiutante magico, ma di un essere umano in carne ed ossa, un cacciatore che, consapevole della ferocia degli istinti, conosce la saggezza umana e dunque sa che uccidere il lupo significherebbe solo una vittoria momentanea che non offrirebbe un sviluppo futuro alla bambina.

Così non sparò, ma prese un paio di forbici e aprì la pancia del lupo addormentato. Dopo due tagli vide brillare il cappuccetto rosso, e dopo altri due la bambina venne fuori gridando: ”Che paura che ho avuto! Era così buio nella pancia del lupo.”

Parafrasando Daniel Goleman, in Intelligenza Emotiva, con l’intervento maieutico del cacciatore, viene alla luce una nuova bambina, dotata delle competenze emozionali adatte a farle scegliere che abiti indossare.

In questi giorni celebriamo la Pasqua, una proposta per intendere in modo nuovo la propria esistenza. Oltre l’uovo di cioccolato, proviamo ad aprire “la pancia del lupo” incoraggiando i bambini ad esprimere le emozioni, i pensieri e le soluzioni vissute nel percorre il bosco e incontrare il lupo; ci riserveranno molte sorprese.

Risvegliando l’originaria funzione creativa e di condivisione che le fiabe avevano, e che la tradizione orale ci ha consegnato, riscopriremo la magia cui Hans Christian Andersen, in O.T., accenna: una fanciulla che si nasconde dietro la maschera di una vecchia: così l’anima, eternamente giovane, fa capolino con la sua fiorente bellezza dietro la vecchia maschera della fiaba.

Per saperne di più:

Jacob e Wilhelm Grimm – Tutte le fiabe

Daniel Goleman – Intelligenza emotiva

Hans Christian Andersen – O.T.

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