Cenerentola e le sue tre metamorfosi

cenerentola

Il nome dell’eroina della fiaba odierna descrive il suo aspetto esteriore all’inizio della storia, quando, morta la madre, il padre ne demanda l’educazione alla matrigna. Ben presto la donna rivela la propria natura, un essere duro e freddo che prova invidia per le qualità della figliastra. La gentilezza e la cortesia della fanciulla amplificano, per contrasto, la meschinità delle sue due figlie, Anastasia e Genoveffa. Così, durante il giorno, le viene imposto di essere completamente al loro servizio, e la sera, una volta finiti i lavori, lei si riscalda vicino al camino, accanto al carbone e alla cenere. Da qui il soprannome che le viene attribuito, Cenerentola.

Per ogni individuo, il nome rappresenta il senso della propria identità, alla nostra eroina viene negato di avere il proprio, cioè viene negata la possibilità di sviluppare e manifestare la sua vera identità.

La fiaba di Cenerentola, molto amata dai bambini, trasmette sicurezza per il futuro, sostiene la certezza interiore, indispensabile nelle difficoltà, per elaborare il vissuto di frustrazione che l’incontro con gli ostacoli costella: qualunque siano le difficoltà che sto affrontando, anche se oggi non mi sento amato, un giorno riuscirò a realizzarmi e ad essere apprezzato proprio per quello che sono.

La saggezza della nostra eroina è grande; lei sa che solo sperare l’insperabile apre la strada alla ricerca. Ma ciò è possibile perché il desiderio della fanciulla, diversamente da quello delle sorellastre e della matrigna, non riguarda il potere o la frenesia di avere tutto ciò che si vuole, ma la fedeltà alla propria natura che chiede di realizzare ciò che si è.

Uno dei temi di questa fiaba riguarda la capacità di gestire il conflitto che nasce dal riconoscere i propri desideri senza però negare le limitazioni imposte dalla realtà esterna, in nome di una nuova armonia.

Colei, che la matrigna chiama Cenerentola, non fugge dalla realtà, non commisera se stessa per il destino avverso, non si rifugia nelle fantasticherie, è responsabile, e lo è anche molto, data la situazione che si trova a vivere; ma non rinuncia a nutrire il dialogo con il proprio mondo interiore, con gli elementi attivi dell’inconscio: rimase gentile e cortese, sognando che un bel giorno la felicità sarebbe arrivata. Fece amicizia con gli uccelli che la svegliavano tutte le mattine. Fece anche amicizia con i topi con cui divideva la soffitta,diede a ciascuno un nome e cucì loro dei minuscoli vestiti e cappelli.

Dare un nome, abbiamo detto, equivale a riconoscere coscientemente la realtà che quel contenuto rappresenta. Avere un abito consente di presentarsi al mondo esterno. Lei, curando gli aspetti meno differenziati della psiche, rappresentati simbolicamente dagli animali, sostiene lo sviluppo delle proprie dimensioni psichiche più profonde.

La soluzione si delinea quando, per la prima volta, la fanciulla afferma un atto di volontà individuale: “Un ballo! Un ballo! Andremo ad un ballo! Gridarono Anastasia e Genoveffa. “Anch’io sono invitata” disse Cenerentola. “C’è scritto: ‘Per ordine del Re, ogni fanciulla dovrà partecipare.”

E’ la prima volta in cui il suo io esprime il proprio volere. Là dove le sue figure di riferimento, cioè i genitori, non hanno assecondato la sua capacità di affermarsi, interviene il Re, il massimo esponente della coscienza collettiva; a questo potere lei fa appello. La bestia da soma si è fatta leone. Da questo momento, gli avvenimenti si susseguono.

La ricerca di un abito, cioè di un mezzo per esprimere nel mondo esterno la sua nuova identità, viene annullata dai vecchi condizionamenti: cosa vuoi? Tu sei solo Cenerentola, il tuo compito è aderire a ciò che gli altri ti dicono di essere. Non hai nessun diritto di esistere, se non nel ruolo che ti abbiamo designato.

Arriva la notte del ballo, la fanciulla piange. E dire che ne avrebbe avuto ben motivo anche prima, ma non poteva. Chi può piangere mentre affronta i marosi? Si può solo quando si trova un lido accogliente, come fanno i bambini tra le braccia amorevoli dei loro genitori. La fanciulla riconosce i propri bisogni e desideri, contatta la propria sofferenza, accoglie il pianto della sua la sua anima bambina. Disperata corse in giardino e singhiozzò: E’ proprio inutile. Non c’è niente da fare!

Recuperare l’Acqua della Vita, dice Michael Ende, in La storia infinita, significa salvare Fantasia dal sopraggiungere del Nulla dandole un nuovo nome; e questo è qualcosa che solo il figlio dell’uomo può fare. I contenuti di questo regno chiedono di essere integrati nell’esperienza umana, diversamente, varcandone i confini, perdono la loro natura: diventano manie, idee fisse nella mente degli uomini; immagini di angoscia, là dove non c’è motivo d’angoscia; idee di disperazione, là dove non c’è ragione di disperarsi; desiderio di cose che poi li fanno ammalare.

Tornando alla nostra fiaba, la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile sul piano della coscienza individuale, apre all’aiuto inaspettato. L’arrivo della fata Smemorina, libera dai condizionamenti del passato, crea la cornice adatta a far sì che l’armonia interiore si mostri nella bellezza.

Nel finale, la nostra eroina, che non si è adattata alla misura di una “scarpa standard”, diviene colei che, con il suo principe, favorirà l’evoluzione di chi andrà a governare. Come lei, anche il suo compagno, è portatore di valori propri.

Infatti, non risponde alla logica di potere del vecchio re, che vuole salvare il regno assicurandosi di avere una discendenza, e, riconoscendo la peculiarità della scarpetta, mostra la capacità di amare l’individuo nella sua unicità. Da qui l’apertura al futuro che muore se asservito ai vecchi schemi, e chiede contesti adatti a favorire la crescita e la realizzazione di nuovi progetti.

Virginia Gasperini
Psicoterapeuta

 

Per saperne di più:

Charles Perrault – Fiabe

Michael Ende – La storia infinita

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