Halloween Sardegna: morti, fantasmi e spiriti raccontati da Grazia Deledda

Halloween Sardegna - Grazia Deledda

Halloween Sardegna: credenze e superstizioni raccontate da Grazia Deledda

Halloween, che letteralmente significa “Vigilia di Ogni Santi”, è solo la più famosa tra le feste dedicate al ricordo dei defunti, ma anche la Sardegna ha conservato, nel corso dei secoli, riti e usi non tanto dissimili, come quello de Is Animeddas e de su Mortu mortu.

In quest’articolo riproponiamo alcune delle pagine più affascinanti e suggestive, contenute nel capolavoro della scrittrice nuorese Premio Nobel Grazia Deledda intitolato Tradizioni Popolari di Nuoro in Sardegna, e dedicate agli usi e ai costumi per la festa dei morti, alle credenze, alle superstizioni e alle leggende dedicate ai fantasmi e agli spiriti e alla medicina popolare.

Un regalo per tutti i bambini, i ragazzi e i grandi che non hanno perso la curiosità e la voglia di conoscere la Sardegna più autentica; le sue fiabe e le sue leggende. Buona lettura!

Halloween Sardegna: su mortu mortu

Per i Santi si fa su mortu mortu. In questo nome si compendiano i dolciumi usati in tal giorno. Sono i papassinos, dolci di uva passa, di mandorle, di noci e di nocciuole, riunite da una specie di poltiglia impastata con sapa o con acqua inzuccherata.

I più aristocratici vengon ricoperti da uno strato sa gappa di zucchero e di treggea. Se ne fanno anche di pino e di pasta gramolata con uova e manteca. Il pane per la festa dei morti è finissimo, tutto intagliato e scolpito. C’è inoltre il pane di sapa, cioè tutto impastato a sapa. È senza lievito, e perché riesca più saporito, lo si fa un giorno prima di cuocerlo.

La sera di Tutti i Santi i sagrestani delle chiese di Nuoro si armano di un campanello e di bisacce, e picchiano quasi ad ogni porta, chiedendo il mortu mortu. Vengon loro dati i papassinos, il pane, frutta secche, mandorle e noci. Il frutto di questa bizzarra raccolta i sagrestani se lo spartiscono in santo amore, e lo divorano allegramente, durante la notte, mentre suonano i tristi rintocchi mortuari. Compagnie di ragazze allegre e di bimbi imitano il costume dei sagrestani, e vanno per le case chiedendo il mortu mortu.

Morti, fantasmi, spiriti

I gatti si accorgono quando c’è un morto in casa, e vanno su e giù miagolando, per piangerlo a modo loro. A misura che un morto imputridisce e si annienta entro la sua fossa, marciscono e si consumano le vesti sue che indossava in vita. Per evitare questo inconveniente, basta pesare le vesti poco dopo sotterrato il defunto.

Se un’anima è condannata all’inferno, le preghiere che le diranno per suffragio i sopravvissuti le serviranno di aggravio, accrescendone le pene. Certe anime abominevoli non vengono ricevute neppure nell’inferno. Allora esse ritornano nel mondo e vagano, recando danno ai loro eredi, aggirandosi nei loro possedimenti, introducendosi talvolta nel corpo di persone viventi e dimorandovi a lungo. Sono esse gli spiriti, e son temuti più dei veri demoni.

Se se ne incontra qualcuno – di notte, si capisce – vestito quasi sempre di bianco, basta farsi il segno della croce esclamando:

Si ses cosa bona,
bae in orabona;
si ses cosa mala,
bae in orammala!

(Se sei cosa buona, va in ora buona; se sei cosa mala, va in ora mala).

Lo spirito, udendo ciò, si dilegua subito. Per lo più queste anime erranti son di gente su cui pesa una scomunica, magari privata. Giacché i preti, si crede a Nuoro e nei paesi circostanti, hanno la potenza di far qualsiasi male, a chiunque, scomunicando sul breviario. Ciò si dice toccare a libru, toccare a libro.

Se un individuo è colto da una disgrazia misteriosa, da una malattia ignota, da una monomania o da una improvvisa pazzia, di cui sia sconosciuta la causa, subito si crede e si dice toccato a libro, cioè malato o disgraziato dietro la scomunica di un prete, fatta per conto suo o di altri nemici.

Anche le maledizioni e le imprecazioni di qualsiasi persona, purché fatte in certi giorni, specialmente il venerdì, e in certe ore e in certe condizioni d’animo speciali, possono piombare e realizzarsi sull’individuo maledetto e imprecato. E perché la maledizione sia più valida, bisogna inginocchiarsi per terra, coi capelli sparsi e il seno ignudo, e baciar la polvere.

Se si sogna una persona morta, è segno che ha bisogno di suffragio, e non potendosi più, occorre recitare qualche preghiera per l’anima sua.

Le elemosine, le buone azioni, le opere di carità verso i poveri, tutto riesce di suffragio alle anime del purgatorio. Perciò i poveri, nel ricevere l’elemosina, usano dire: «Per le anime sia».

Fiabe sarde Grazia Deledda - Halloween Sardegna - pipius

Tradizioni popolari della Sardegna

Surbiles o Surtiles: vampiri e fate

Le Surtiles sono specie di vampiri, di fate maligne ed infernali che una volta, antichissimamente, erano forse donne malvagie. Ora sono invisibili, ed escono solo di notte. Si introducono per il buco della serratura e succhiano il sangue ai dormienti, in ispecie ai bimbi. Bisogna per ciò turare ogni buco, oppure appendere una falce in capo ai letti. La surtile si ferma a contare i denti della falce, e siccome non ci riesce mai, torna sempre da capo e così passa l’ora, ritorna la luce, il dormiente si sveglia e il pericolo è scongiurato.

Pundos: mostriciattoli e bestioline

Si crede ancora che certe donne partoriscano strane bestioline o mostriciattoli, che vengono chiamati pundos. Abita poco distante dalla casa di chi scrive, una donna, la quale, narra il popolino, ha partorito, anni fa, un animaletto che rassomigliava ad una rana. Appena nato sgusciò sotto il letto e scomparve. Nessuno poté più trovarlo né vederlo.

Sas janas e sas dommos de janas

Halloween Sardegna - Grazia DeleddaLe janas erano certe piccole fate per lo più malefiche, chiamate anche sas birghines (le vergini). Esiste uno splendido studio del Lovisato sulle Dommos de janas (“Una pagina di preistoria sarda” negli atti dell’Accademia dei Lincei 1885-86) che sono certe caverne preistoriche, di cui qualcuna vicina a Nuoro. Sas dommos de sas janas, le case delle “janas”, si crede siano tuttora abitate da animali mostruosi, sos irribios, e come certe grotte della montagna, si crede che talune mettano capo all’inferno.

Influssi malefici: sa maladia ‘e s’istria

Più complicato è il medicamento per l’itterizia. La persona colta da questa semplicissima malattia si crede stregata, istriada. La strige è passata sul suo capo, e causa il suo influsso malefico (che dà origine alla popolarissima imprecazione: «ti jumpet s’istria», cioè «ti attraversi la strige»), la persona deperisce, si consuma, si restringe e, non curata a tempo, muore.

Una medichessa del popolo la “misura” per accertarsi della malattia. Con un filo di lana, filu ‘e litu, filato a Nuoro, la misura prima dalla sommità del capo alla punta dei piedi, poi dall’estremità del dito medio della mano sinistra fino a quello della destra, aperte le braccia il più possibile. Se le due distanze sono eguali non è la malattia della strige, sa maladia ‘e s’istria, che affligge l’inferma; se la malattia, o meglio diremo il malefizio, c’è, l’altezza della persona malata è inferiore alla sua larghezza. Il filo arriva a metà del dito, o più giù o più su, e quanto più corto è, più avanzata è la malattia.

Il medicamento è questo: la medichessa prende la metà del filo con cui ha misurato la malata, e lo taglia a pezzettini minuti. Indi aggiunge del rosmarino, un pezzetto di cera benedetta, due o tre frantumi di palma pure benedetta e qualche granello di timanza (incenso) e un pizzico di piume di strige bianca, che per solito tiene a provvista.

Mancando le piume di strige si adoperano piume bianche e morbide di gallina, ma solo in caso estremo. Si dà fuoco a tutto questo, in una tegola (potendo, in una tegola tenuta appositamente per quest’uso solo), e mentre gli strani specifici fumano, abbruciando, la medichessa, piena di fede e concentrata nell’opera sua, prende in mano la tegola e fa con essa un segno di croce sopra il capo del paziente. Poi gliela passa tre volte intorno al collo, indi esegue altri otto segni di croce: sull’omero, sul gomito, sul polso e sulla mano; sul fianco, sul ginocchio, sul collo del piede e sul piede.

Ciò fatto depone la tegola in terra e recita tre avemaria a Nostra Signora del Rimedio perché il medicamento sia valido. Mentre essa prega, la malata salta tre volte scalza o in calze, traverso la tegola fumante, e in ultimo si scalda i piedi al sacro fuoco e si stropiccia le mani al fumo che ne esala.

 

Per saperne di più:

Grazia Deledda – Tradizioni Popolari di Nuoro in Sardegna

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