Il brutto anatroccolo, un invito ad ampliare i nostri orizzonti

il brutto anatroccolo

Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione (Massimo Gramellini, Fai bei sogni).

La fiaba del brutto anatroccolo richiama il tema dell’individuazione, il processo che muove dall’inconscio collettivo e tende a creare un individuo psicologico; processo che rimanda ad un percorso che richiede che l’essere diverso venga tradotto nel riconoscimento dell’unicità di ciascun individuo.

A questo proposito, in un’intervista pubblicata in Il Messaggero nel 1985, dice Aldo Carotenuto: E’ un argomento che ritrovo quasi sempre nelle analisi con i miei pazienti. In un modo o in un altro tutti si sentono, tutti ci sentiamo dei brutti anatroccoli alla ricerca di un lago per poter alla fine riconoscere che siamo dei bellissimi cigni. Ma quanti riescono a trovare il lago? Purtroppo molte persone cadono nella sofferenza più intensa perché si fermano troppo presto e smettono di “cercare”.

La tensione del “diverso” che preme al fine di realizzare la propria unicità, costella la produzione narrativa di Hans Christian Andersen, e possiamo coglierne il senso nella sua esistenza da alcuni brani contenuti nell’autobiografia, dove, parlando della propria vita come di una fiaba, dice:

ho stagliato la mia strada nella roccia viva, scavandone i gradini ad uno, ad uno; descrivendo così il suo percorso: Se quando da ragazzo, povero e solo, mi apprestavo ad andare per il mondo, avessi incontrato una potente fata che mi avesse detto: “Scegli la tua vita e il tuo destino, ed io proteggerò e guiderò, seguendo il tuo sviluppo spirituale, qualunque cosa accada in questo mondo”, la mia sorte non avrebbe potuto essere più felice, la mia vita diretta meglio e più saggiamente. La storia della mia vita dirà al mondo ciò che esso mi dice: esiste un Dio amoroso, che conduce ogni cosa a miglior fine.

La fiaba inizia con la comparsa di un pulcino che, rompendo gli schemi del conosciuto, crea un gran scompiglio nel pollaio: ciascuno vuole dire la sua, ma poi tutti concordano nel riconoscerlo come il brutto anatroccolo. Il pulcino scappa via volando oltre la siepe; da questo momento in poi la sua vita è segnata dall’incertezza dell’avventura o da proposte di accoglienza in cambio di un’adesione ad un modo di essere che violenta la sua natura. Non sentendosi capito, sceglie di continuare ad andare per il mondo, sinché l’incontro con i cigni gli consentirà di riconoscersi.

Per riassumere il suo viaggio, mi piace ricordare le parole di Dora Bernhard: la logica che lo muove è quella del viandante che intuitivamente sa che la sua casa è l’universo; seguirne l’andamento richiede di vivere il percorso, che vale più della meta, nella consapevolezza che sempre per “nascere” è necessario “distruggere” un mondo.

La sua storia ci invita a riflettere su alcuni problemi della società contemporanea, e sulle possibili soluzioni. Prendendo spunto da Umberto Galimberti, in L’ospite inquietante, consideriamo la sofferenza del brutto anatroccolo come espressione di un disagio culturale.

L’educazione dei bambini dovrebbe favorire uno sviluppo adatto a facilitare l’espressione e la realizzazione di se stessi, ma perché questo sia fattibile è necessario che chi la impartisce sia disposto ad accogliere il confronto con il diverso che ogni nuovo nato propone.

Mamma anatra è portatrice di una visione del mondo che condivide con gli altri abitanti del cortile, e che risulta evidente dalle prime battute del dialogo che ha con i suoi pulcini:
– Ma come è grande il mondo! – dissero tutti i piccoli; adesso stavano ben più larghi di quando erano chiusi nell’uovo. 
– Se credete che il mondo sia tutto qui! – disse la madre, – arriva lontano, oltre la fine del giardino, sino al prato del pastore! Ma non ci sono mai andata laggiù!

La visione del futuro proposta dal “cortile”, basata sull’attesa che l’uovo si dischiuda o che i pulcini raggiungano certi risultati, è molto diversa da quella propria del brutto anatroccolo retta dalla speranza.

Come ci spiega Umberto Galimberti, nella visione del futuro propria dell’attesa non c’è considerazione del valore di ciò che accade nel presente, questo viene negato dal timore e dall’angoscia di mancare l’evento.

Per contro, la speranza è l’apertura del possibile: Essa fa riferimento a quei “nuovi cieli” e a quelle “nuove terre” che sono promessi dalla religione, dall’utopia, dalla rivoluzione, dalla trasformazione che siamo soliti temere, perché arroccati alla nostra identità come un ‘fatto’ e non come un’interminabile e mai conclusa ‘costruzione’.

Un’ultima riflessione: la data del 2 Aprile è stata proclamata Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo, un invito a conoscere e amare ciascun individuo nella propria diversità. La data, coincide con quella del giorno della nascita di Hans Christian Andersen.

Virginia Gasperini
Psicoterapeuta

 

Per saperne di più:

Fai bei sogni – Massimo Gramellini

Le lacrime del male – Aldo Carotenuto

Il brutto anatroccolo – Hans Christian Andersen

Fiabe e storie – Hans Christian Andersen

L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani – Umberto Galimberti

Share