Il gatto con gli stivali e la paura esistenziale

il gatto con gli stivali

Sognai che ero una farfalla
che d’esser me sognava
guardava in uno specchio
ma nulla ci trovava
tu menti – gridai
si svegliò, morii.
Ronald David Laing – Mi ami?

La fiaba del Gatto con gli stivali inizia con la morte di un mugnaio che lascia in eredità ai figli un mulino, un asino e un gatto. Al primogenito spetta il mulino, al secondo l’asino e al terzo il gatto.

L’invenzione di utilizzare un marchingegno che, impiegando le energie naturali, sostituisca il lavoro dell’essere umano, non garantisce la crescita del più giovane:

Quest’ultimo non sapeva darsi pace per aver avuto una parte così misera: “I miei fratelli”, diceva, “si potranno guadagnare onestamente la vita mettendosi in società; ma quanto a me, quando mi sarò mangiato il gatto e con la sua pelle mi sarò fatto un manicotto, dovrò rassegnarmi a morire di fame!”

Il modo in cui affronta la crisi, indica che il figlio del mugnaio è soggetto alle leggi che governano la realtà conosciuta; la sua immaginazione non va al di là dell’utilizzo dei vecchi schemi: percependo la situazione come stato di miseria, reagisce ad essa, e si sente disperato.

A questo punto, sentendo la minaccia, il gatto inizia a parlare: “Non state ad affliggervi caro padrone; non dovete far altro che trovarmi un paio di stivali per camminare in mezzo ai boschi, e vedrete come la sorte non sia stata tanto cattiva con voi quanto credete”.

La sua proposta è frutto di un diverso atteggiamento; il gatto sa che si tratta di una situazione delicata ma anche fruttuosa, un momento in cui la natura, ben accompagnata dalla coscienza umana, segna il momento giusto per una nuova crescita.

Il gatto, il più femminile degli animali, cui da sempre sono stati attribuiti caratteri divini e misteriosi, come ci dice Marie-Louise von Franz, in Il Femminile nella fiaba, è un animale regale che rappresenta la giusta compensazione alla paura esistenziale: “Il gatto entra nella vostra stanza quando ha fame, miagola, e ottiene ciò che vuole. Poi con condiscendenza lascia che lo accarezziate: si struscia contro le vostre gambe in modo così suggestivo che naturalmente voi vi chinate umilmente e obbedite sentendovi lusingati, poi quando ne ha abbastanza, se ne va a badare alle proprie faccende”.

Il giovane sentendo le parole del gatto e, soprattutto, riconoscendone la grande destrezza, non disperò completamente di trovare in lui un po’ d’aiuto nella sua miseria. Accettando l’aiuto dell’animale, avvia un nuovo dialogo con se stesso che favorisce una possibile progressione; un adeguato cambiamento di coscienza adatto a trasformare l’energia da un livello istintivo ad uno mentale.

Ogni essere umano dispone di due forme di pensiero, ma già da piccoli si impara ad escludere le potenzialità proprie dell’immaginazione, e ad utilizzare quasi unicamente le connessioni causali.

Eppure, diversamente dal concetto, espressione della sfera razionale, ogni immagine proposta dalla psiche è pregna di energia vitale, un seme che, se la coscienza lo accoglie, apre a nuovi significati. Poiché la creatività, come dice in Il labirinto verticale Aldo Carotenuto, non si basa soltanto sull’intelligenza e sul filtro dell’Io, né, come ritengono alcuni, su una produttività autonoma dell’inconscio, ma piuttosto su un vero interscambio tra l’Io e la propria interiorità.

Stabilito il rapporto, ha inizio la metamorfosi. Le lamentele del figlio del mugnaio scompaiono per dare spazio alle azioni del Gatto con gli stivali che, prendendo le cose come sono, usa al meglio la situazione per realizzare i propri intenti. La sua strategia sarà quella di trovare un nuovo modo di vivere una nuova realtà, cercando di dare una risposta adatta ai bisogni individuali in relazione al collettivo.

Sfruttando le proprie abilità di cacciatore, per qualche mese offre al Re dell’ottima selvaggina, presentandola come dono proveniente dalle bandite del suo signore. Poi, un giorno, sapendo che il Re si sarebbe recato in carrozza con la figlia sulla riva del fiume, si rivolge al giovane dicendo: “Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna e bella e fatta”.

Senza stare a rimuginare sui perché, il ragazzo si spoglia e si immerge nel fiume, nel punto indicatogli.

Mentre faceva il bagno, all’arrivo della carrozza reale, il Gatto con gli stivali si mise a gridare con quanto fiato aveva in gola: “Aiuto! Aiuto! Il Marchese di Carabas sta affogando!”. Riconoscendo il Gatto, che tante volte gli aveva portato la selvaggina, il Re non esita ad offrire un aiuto, compreso quello di fornire al giovane nuove vesti, sapendo che le sue le hanno rubate i ladri.

Vedendo che il suo piano ormai funziona, il Gatto si occupa di assicurare al Marchese un nuovo patrimonio, ma, per fare questo, dovrà prima sconfiggere un temibile orco. Cioè, simbolicamente, dovrà superare una forma di coscienza primitiva, in cui l’energia è al servizio degli istinti primordiali; infatti, se permanesse l’orco, che divora e ingoia ogni cosa per i propri fini, la sua sopravvivenza impedirebbe ogni possibile probabilità di futuro.

Per superare questa prova, il Gatto con gli stivali cercò subito di sapere chi era quell’orco e che cosa faceva e, saputolo, chiese di parlargli, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello, senza avere l’onore di venirlo ad ossequiare.

Quando lo incontra, il Gatto sa che il potere distruttivo dell’orco è espressione della trasformazione mancata, del suo essere cristallizzato in una forma che, se venisse a mancare, mostrerebbe la sua mancata identità; per cui ne tesse le lodi, valorizzandone il potere di essere capace di trasformarsi in ogni specie di animale: “M’hanno assicurato”, disse il Gatto, “che voi avete il dono di cambiarvi in ogni specie d’animale, e potete, per esempio, trasformarvi in leone o in elefante.”

Lusingato da questa affermazione, l’orco non esita ad assumere l’aspetto del re della foresta. Il Gatto, dopo che l’orco rientra nel proprio stato, dichiara apertamente la paura che ha provato, per poi domandargli ancora : “Mi hanno assicurato”, disse il Gatto, “ma non riesco a crederlo, che avete anche il potere di prendere la forma dei più piccoli animali, per esempio, di cambiarvi in un topo, o in un sorcetto; vi assicuro che la cosa mi sembra assolutamente impossibile.” Irritato dalla messa in discussione del proprio potere, l’orco si trasforma in un sorcio, così il Gatto, non appena l’ebbe scorto, gli si gettò addosso e lo mangiò.

Il Gatto, non avendo da difendere un comportamento stereotipato, è capace di esprimere in modo efficace le proprie opinioni ed emozioni, senza offendere o aggredire il suo interlocutore. Psicologicamente, possiamo parlare di un atteggiamento assertivo che, per contrasto, fa emergere l’ansia di difendere il proprio ruolo che rende l’orco “orco”.

Alla fine della storia, niente è più come prima: il vecchio personaggio, riemerso dal fiume, entra nel divenire: il Marchese di Carabas, ricco di molte terre e di un magnifico castello sposa la figlia del Re; tanto è sicuro che al vecchio orco, trasformato in topolino, sa badarci il Gatto che, superata la paura, divenne un gran signore e seguitò ad andare a caccia di topi solo per divertimento.

Virginia Gasperini
Psicoterapeuta

Per saperne di più:

Le radici dell’esperienza. Dalla fenomenologia di R. D. Laing alla critica della psicoanalisi – Vincenzo Caretti

Il femminile nella fiaba – Marie-Louise von Franz

Il labirinto verticale – Aldo Carotenuto

Tutte le fiabe – Charles Perrault

Share