La principessa incantata, i fondamenti comuni della vita umana

la principessa incantata

Questa civiltà ha adottato come credo il Cristianesimo, e contemporaneamente si è diffusa “darwinianamente”, con la forza. (Luigi Zoja, Il gesto di Ettore).

“C’era una volta un povero calzolaio che aveva due figlioli: il maggiore si chiamava Elmerico ed era maligno e prepotente; l’altro si chiamava Gianni e aveva un carattere mite”. Così ha inizio La principessa incantata, la fiaba di Ludwig Bechstein che ci narra di una visione della vita animata da una dicotomia, resa evidente dai nomi dei due personaggi.

Mentre quello del primogenito, che deriva dalla radice germanica helm, elmo, evoca l’immagine del guerriero, quella del secondogenito, di origine ebraica, che significa Dio ha avuto misericordia, rimanda a un messaggio d’amore.

Il mestiere del padre che, come calzolaio, dovrebbe assicurare ai figli gli strumenti adatti per consentirgli di percorrere il proprio sentiero nella vita, risulta inadeguato per via del modo di intendere i valori.

La sua coscienza è incapace di riconoscere il bene e il male: il padre, chissà perché, aveva scambiato la prepotenza di Elmerico per coraggio, e la sua malignità per furberia, mentre la mitezza di Gianni gli sembrava soltanto stupidità. Perciò stimava moltissimo il maggiore, mentre si vergognava un po’ del secondo.

Un giorno, il calzolaio sentì raccontare che la figlia del re era stata rapita da uno stregone che la teneva prigioniera in un castello pieno di tesori. Sarebbe riuscito a liberarla e farne la sua sposa, solo chi avrebbe superato tre prove.

Il padre pensò di avvisare il figlio maggiore: Coraggioso e intelligente com’è, supererà le tre prove e libererà la principessa. Elmerico decise di partire immediatamente, e il padre, per fornirgli un degno equipaggiamento, vendete tutto ciò che aveva, e gli comprò un bel cavallo e un’armatura. Prima della partenza il figlio lo salutò dicendo: Non appena avrò sposato la principessa manderò una carrozza d’oro tirata da sei cavalli a prendere voi e quello sciocco di Gianni.

Durante il viaggio, distrusse tutto quello che incontrava: scacciò col frustino gli uccelli che cantavano sugli alberi; fece passare il cavallo proprio sopra un formicaio; con un colpo di spada fece volare in pezzi un alveare, e infine, uccise degli anatroccoli che nuotavano in un lago.

Giunto davanti al castello dello stregone prese a calci il portone, e quando si affacciò una vecchina, si rivolse a lei in malo modo, dicendole di avere fretta di liberare la principessa. La vecchietta gli diede appuntamento per l’indomani. Il giorno dopo, disertò le prime due prove e, avendo fallito la terza, venne scaraventato dalla finestra da un drago, e trasformato in un sasso.

Intanto a casa aspettavano invano la carrozza; sinché un giorno Gianni decise di tentare l’impresa. Così, nonostante il padre, trattandolo da sciocco, cercasse di dissuaderlo, si avviò a piedi verso il castello. Giunto nel bosco, ringraziò gli uccelli per il loro canto, aiutò le formiche a ricostruire il formicaio, collocò un bel mazzo di fiori accanto all’alveare e sbriciolò nello stagno i resti della sua colazione per gli anatroccoli. Arrivato al castello bussò, salutò rispettosamente la vecchina, e le disse: Vorrei provare a superare le tre prove.

L’indomani, all’ora del appuntamento, la vecchietta gettò del miglio fra l’erba e disse: “Raccoglilo entro un’ora.” Gianni incominciò, ma era un’impresa disperata, stava per abbandonarla quando vide una fila interminabile di formiche, ognuna portava un granello di miglio, e in un attimo fu riempito il cestino lasciato dalla vecchia.

Poi la vecchietta gettò dodici chiavi d’oro nello stagno, e questa volta gli vennero in aiuto gli anatroccoli. Infine, lo condusse in una stanza del castello dove c’erano tre figure velate, e gli chiese di riuscire a distinguere la principessa. Il problema non avrebbe trovato soluzione se alcune api non fossero arrivate a sciamare sulla figura centrale. Quando Gianni la indicò, caddero i veli e apparve la bella principessa con in testa una corona di fiori. Le api erano volate su di lei per fuggire dai due draghi che le stavano ai lati, che puzzavano di pesce e di zolfo.

Gianni era riuscito a rompere l’incantesimo, e i sassi sotto la finestra ridiventarono giovanotti.
Liberata la principessa, si celebrarono le nozze con una grande festa: Vi parteciparono anche i genitori dei due giovani, giunti in una carrozza d’oro. Ma la carrozza era stata mandata da Gianni.

L’incantesimo di cui narra La principessa incantata, rimanda all’azione di uno spirito negativo, una forma di esistenza che, non riconoscendo la magia della vita, nega ogni trasformazione, riducendone il senso a ‘raggiungimento di uno scopo’.

La vecchia saggia, che custodisce la principessa, sa che per liberare la sua anima ci vuole un eroe che non voglia diventare qualcosa ma essere sé. Uno sviluppo di coscienza che, rifacendoci a Ernst Bernhard, in Mitobiografia, nasce dalla consapevolezza dei fondamenti comuni della vita umana, gli strati collettivi che stanno sotto il segno del minerale, del vegetativo e dell’animale.

Elmerico, inconsapevole della vita vegetativa e animale, mostra di appartenere all’indifferenziato mondo inorganico, cosa che si realizza nel venir scaraventato come un sasso. Il suo fallimento trova correzione in Gianni che, ripercorrendone la strada, integra questi contenuti nel proprio essere individuo; il suo comportamento non è dettato da scelte arbitrarie, egli segue la presenza di una guida che chiamiamo amore e che, dice in Favola Johan Wolfgang Goethe, “non domina ma forma, e questo è di più.”

Virginia Gasperini
Psicoterapeuta

 

Per saperne di più:

Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre – Luigi Zoja

Deutsche Sagen – Ludwig Bechstein

Mitobiografia – Ernst Bernhard

Favola – J. Wolfgang Goethe

Share