Letteratura sarda medievale: creatività narrativa tra cronache e leggende

letteratura sarda medievale

La letteratura sarda medievale rappresenta una delle principali chiavi d’accesso al patrimonio culturale della Sardegna. Basti pensare al fatto che molte storie e leggende sarde, che ancora oggi si tramandano nell’Isola, hanno avuto origine proprio in questo periodo. Pertanto, il rapporto tra fonti orali e letteratura scritta è molto importante per poter comprendere le dinamiche di sviluppo di queste narrazioni che si trovano a metà strada tra la storia e il mito, tra la cronaca storiografica e il racconto leggendario.

Ad ogni modo, oggi sappiamo che per tutto il Medioevo, in Sardegna è esistita e si è sviluppata una tradizione narrativa e letteraria orale e scritta molto peculiare, che aveva come tematiche principali:

  • le imprese di giudici e giudicesse (re e regine), guerrieri e guerriere, personaggi popolari o reputati importanti;
  • le origini delle dinastie giudicali e delle famiglie regnanti;
  • i racconti legati alla vita, alle opere e alle passioni di martiri e santi nazionali;
  • memorie e storie relative alla fondazione e alla scomparsa di chiese, monasteri, paesi, castelli e città;
  • le relazioni, gli scambi e i viaggi in altre regioni del Mediterraneo e dell’Oriente (anche a seguito di eventi violenti e rapimenti);
  • la rielaborazione della memoria culturale sedimentata attraverso nuovi stili e forme narrative.

Dall’oralità alla scrittura: società e politica nella Sardegna medievale

Com’è noto, verso la fine dell’ottavo secolo i bizantini lasciarono la Sardegna. Così, in tale contesto politico e sociale, già tra il nono e il decimo secolo si svilupparono quattro “giudicati” dotati di una propria struttura politica. Diventati autonomi rispetto all’Impero bizantino, questi regni svilupparono un sistema amministrativo e politico indipendente. Fu così che, fin da subito, instaurarono una serie di relazioni politiche, militari e commerciali con altre entità statuali, religiose e mercantili d’Italia, Francia, Catalogna, Asia minore e Africa.

Gli interessi e gli scambi intercorsi tra i giudicati sardi con le repubbliche marinare (Genova e Pisa) e le importanti casate liguri e toscane, con lo Stato della Chiesa e gli ordini religiosi, col regno d’Aragona e il principato di Catalogna sono testimoniati, tra l’altro, dai documenti scritti in lingua sarda a partire dall’anno Mille.

Sempre in merito ai primi documenti in sardo, di notevole importanza sono anche i Condaghes o Condaxis, ovvero i registri patrimoniali d’epoca medievale di chiese e monasteri dislocati su tutto il territorio dell’Isola che proprio durante il Medioevo furono protagonisti di un’intenso sviluppo.

Ma se, da un lato, è abbastanza noto che i Condaghes sono un’importante fonte di studio per ricerche di carattere storico, giuridico e filologico, dall’altro è necessario sottolineare che i Condaghes rappresentano anche la prima forma narrativa in lingua sarda di cui abbiamo una traccia scritta.

I Condaghes tra utilità, narratività e invenzione letteraria

Una prima e sperimentale forma di prosa non del tutto legata a scopi utilitaristici ma in grado di esprimere una certa capacità narrativa è quindi già presente in varie pagine dei Condaghes. D’altronde, come più volte messo in evidenza da importanti studiosi (Ignazio Delogu, Maurizio Virdis, Patrizia Serra in particolare) i curatori dei Condaghes furono certamente dotati di strumenti culturali di grande valore e di certo ebbero modo di conoscere i modelli retorici e stilistici della letteratura religiosa e non solo.

In tale contesto, la lingua sarda si trasformava in strumento narrativo, immaginativo e letterario non più solo orale ma anche scritto, e si dimostrava ormai capace di creare un profondo e innovativo legame tra la prosa colta e la storiografia popolare, con finalità comunicative e storiografiche che trascendevano la mera elencazione di oggetti, fatti ed eventi.

Condaghes e narrativa medievale: cosa dicono gli studiosi

I Condaghes … oltre a costituire un materiale quantitativamente imponente, di straordinario interesse linguistico, si impongono spesso come documenti letterari e narrativi (Delogu 1997).

In Sardegna, l’affermazione di una prosa non meramente legata a finalità utilitaristiche e pratiche, ma dotata piuttosto di una intenzionalità narrativa che emerge tra le registrazioni automatiche di negotia e le notitiae di controversie patrimoniali, si era già evidenziata nelle scritture dei Condaghes – registri patrimoniali di chiese o monasteri – che attestano l’elevato livello culturale degli scriptores medioevali di ambito monastico, capaci di riplasmare la lingua dell’oralità, il volgare sardo, sul modello retorico e stilistico costituito dalle Sacre Scritture e di costituire ante-litteram una storiografia “popolare”, nata al crocevia tra intento pragmatico-documentario e moduli narrativi desunti dalla letteratura didattico-esemplare (Serra 2012).

Le forme narrative, cui è affidata la conservazione ‘a futura memoria’ di ciò che è rilevante per la vita delle entità monastiche, sono quindi assai spesso condotte con ampia concessione alla forma dialogico-drammatica, che dà vivacità al resoconto e/o racconto stesso che viene prodotto, quasi si senta la necessità di sollecitare più (o almeno altrettanto) la memoria immaginativa che non la memoria intellettiva… Danno luogo a una scrittura riflessa, e potremmo perfino dire di “invenzione“, nel senso che essi contribuiscono ad una, fra le varie possibili, costruzione narrativa della realtà, che incasella i dati in una griglia narrativa (Virdis 2012).

La prosa storiografica in lingua sarda: il Libellus Judicum Turritanorum

Questa fondamentale evoluzione della letteratura medievale è confermata dal Libellus Judicum Turritanorum, una cronaca in lingua sarda logudorese redatta nel tredicesimo secolo, che simboleggia il passaggio dalla frammentarietà narrativa dei Condaghes a una unitarietà comunicativa e stilistica ormai omogenea. In tal senso, il Libellus è un testo molto importante, in quanto costituisce una delle poche testimonianze “sistematiche” di letteratura medievale sarda.

Di autore ignoto, questa cronaca storica ricostruisce le vicende politiche e familiari dei giudici di Torres nel periodo compreso tra il 1065 (circa) e l’anno in cui morì la regina Adelasia di Torres (1259), celebre personaggio della storia sarda, la cui vita tra storia e mito venne raccontata da Enrico Costa e Grazia Deledda, a dimostrazione della continuità narrativa dei racconti e delle leggende medievali sarde nonché della loro circolazione in epoca moderna e contemporanea.

Letteratura medievale sarda: le passioni dei santi

La vitalità della letteratura medievale sarda è riscontrabile anche nella circolazione orale e nella produzione scritta di leggende (legendae), passioni (passiones) e liturgie biografiche (officia) dedicate ai più importanti santi e martiri sardi. Infatti, a partire dall’undicesimo secolo, in tutti i territori della Sardegna, presero forma le narrazioni poetiche delle vite e delle passioni di santi come ad esempio quelle di (solo per citare i più conosciuti):

  • Sant’Efisio;
  • Sant’Antioco;
  • San Lussorio;
  • San Giorgio di Suelli;
  • San Saturnino;
  • San Simplicio;
  • i martiri turritani Gavino, Proto e Gianuario.

La prima opera di questo tipo redatta in lingua sarda è Sa Vitta et sa Morte, et Passione de sanctu Gavinu, Prothu et Januariu, composta in logudorese nel 1437 dal sassarese Antonio Cano (1400 circa – 1470 circa). Si tratta, quindi, di un poema religioso che illustra la vita e la passione dei tre martiri turritani Gavino, Proto e Gianuario.

L’opera manoscritta, che venne stampata per la prima volta nel 1557 e riedita in seguito da Max Leopold Wagner (1912), Francesco Alziator (1976) e Dino Manca (2002), è un documento di grande valore perché rielabora un racconto che probabilmente veniva recitato e cantato oralmente e, pertanto, conferma il legame fondamentale tra poesia orale e letteratura scritta.

O Deu eternu, sempre omnipotente,
In s’aiudu meu ti piacat attender,
Et dami gratia de poder acabare
Su sanctu martiriu in rima vulgare,
De sos sanctos martires tantu gloriosos
Et cavaleris de Cristus victoriosos,
Sanctu Gavinu, Prothu et Januariu,
Contra su demoniu, nostru adversariu,
Fortes defensores et bonos advocados,
Qui in su Paradisu sunt glorificados,
De sa corona de sanctu martiriu.
Custos sempre siant in nostru adiutoriu.

Racconti e leggende medievali in Sardegna

Le narrazioni dei Condaghes, le leggendarie vite dei santi e le cronache storiografiche giudicali ci fanno comprendere l’importanza nonché le peculiarità della letteratura medievale sarda. Ricche di spunti narrativi e storiografici di grande pregio, le narrazioni medievali rappresentano un tesoro di inestimabile valore per poter comprendere e interpretare le dinamiche inerenti la produzione letteraria sarda nel suo complesso.

Il Medioevo in Sardegna, giova ricordarlo, coincise con l’affermarsi del progetto indipendentista guidato dal Giudicato d’Arborea e con la sua drammatica caduta ad opera dei catalani e degli aragonesi. Non deve sorprendere, allora, se tale epoca si trasformò in una sorta di “utopia mancata” e le figure che la animarono divennero protagoniste di storie e leggende trasmesse sia oralmente sia in forma scritta. Ma non solo.

Eventi drammatici e straordinari quali le razzie dei “barbareschi”, le epidemie, la definitiva cristianizzazione dell’Isola, le guerre tra sardi e invasori iberici e italiani, e altri ancora, hanno lasciato un segno indelebile nel patrimonio culturale della Sardegna, dando vita a numerose leggende e racconti popolari dal fascino ancora intatto.

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