Il Natale in Sardegna raccontato da Grazia Deledda

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Natale in Sardegna raccontato da Grazia Deledda

Pasca de Nadale nel centro-nord, Paschixedda nel sud, in Sardegna il Natale ha sempre avuto il sapore della festa familiare. Occasione solenne per rinsaldare i legami familiari più antichi e per rafforzare quelli nuovi, rappresenta il momento dell’unione e dello scambio, sia dal punto di vista materiale, sia da quello simbolico.

Per entrare in questo periodo dell’anno così speciale, abbiamo scelto di farci guidare da Grazia Deledda, scrittrice nuorese Premio Nobel per la letteratura. Esperta di tradizioni popolari della Sardegna, la Deledda ha conservato nei suoi romanzi, nelle sue novelle e nei suoi saggi il ricordo delle usanze più autentiche della nostra isola, rendendole così immortali.

In quest’articolo proponiamo allora un piccolo ma originale viaggio alla scoperta del Natale in Sardegna raccontato da Grazia Deledda, attraverso alcune delle sue pagine più ricche di autentiche atmosfere natalizie, dal sapore unico e magico.

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Natale in Sardegna raccontato da Grazia Deledda – Tradizioni popolari di Nuoro

Pubblicato a puntate nella prestigiosa “Rivista delle tradizioni popolari italiane”, Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna rappresenta una straordinaria iniziazione all’autentica cultura sarda, in quanto si tratta di un libro realizzato in un periodo in cui le tradizioni erano ancora vive e il sardo era l’idioma più diffuso nell’isola.

Natale raccontato da Grazia Deledda - Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna - pipiusNelle pagine di quest’opera unica nel suo genere, che racconta una Sardegna intima, misteriosa e leggendaria, la Deledda raccoglie alcune tra le testimonianze più genuine sugli usi e sui costumi radicati nell’isola, anche del periodo natalizio, come la seguente ninna-nanna nuorese dedicata a su Ninnicheddu.

“Su ninnicheddu, vezzeggiativo di bambino, – scrive la Deledda – è Gesù Bambino che, benché spoglio, non si lamenta del freddo:

Su ninnicheddu
non portat manteddu,

né mancu corittu,
in tempus de frittu

no narat tittìa.
Dormi, vida e coro, e reposa anninia
“.

Molto interessanti sono anche le usanze relative al capodanno in Sardegna. “L’ultimo giorno dell’anno – racconta la Deledda – tutti i ragazzini e le ragazzine del popolo nuorese si riuniscono a gruppi, a compagnie e talvolta a vere processioni e picchiano alle porte dei possidenti, chiedendo a grandi voci il candelajo”.

“Se in qualche casa si conservano ancora i buoni costumi antichi, – continua la scrittrice – si apre la porta ai bambini poveri e si distribuiscono loro delle mandorle, noci, castagne, fichi secchi e nocciole. Questo è il candelarju. In alcune case si fa appositamente il pane chiamato con tal nome; è piccolo, bianco, frastagliato, lucido, in forma di uccelli e di altri animali. Molti bambini, nel chiedere il candelarju lo cantano, cioè recitano questi versi:

A nollu dazes su candelarju? chi siat bonu e siat mannu,
chi nor duret un annu, un annu e una chida,
apposta so bennida a bollu dimandare…”.

Natale in Sardegna raccontato da Grazia Deledda – Mentre soffia il levante

In Tradizioni popolari di Nuoro la Deledda dipinse un mondo che nel giro di pochi anni sarebbe mutato in maniera radicale ma che sarebbe entrato, come già accennato, a far parte del patrimonio culturale mondiale, grazie ai suoi romanzi e alle sue novelle, ancora oggi veri e propri classici della letteratura mondiale.

Ad ogni modo, sono numerose le ambientazioni natalizie che Grazia Deledda propone ai suoi lettori. Si tratta di visioni, profumi e sentimenti che richiamano le atmosfere del Natale tradizionale, quello più autentico, quello del calore familiare, come quelle magistralmente rievocate nella novella intitolata Mentre soffia il levante, pubblicata nella raccolta I giuochi della vita:

“Era dunque la vigilia di Natale: una giornata grigia, annuvolata, ma tiepida: spirava anzi un vento di levante che portava il lontano e snervante tepore del deserto e come un umido odore di mare. Pareva che di là dalle montagne, sulle cui chine verdeggiava la fredda erba d’inverno, e di là dalla valle, ove i mandorli troppo precocemente fioriti si scuotevano, gettando quasi con dispetto al vento i petali bianchi come falde di neve, ardesse un gran fuoco, del quale non si scorgessero le fiamme, ma arrivasse il calore”.

Ma anticamente il calore del fuoco della notte di Natale non richiamava solo i pastori dalle tancas e dai monti, ma anche le anime dei cari ormai defunti. Questi, infatti, proprio per la vigilia della festa, andavano a visitare le case dei parenti. Allora, come racconta nella novella la Deledda, si “praticava un antico rito”: si “preparava un piatto di vivande ed un boccale di vino” proprio da offrire ai morti.

Natale in Sardegna raccontato da Grazia Deledda – Annalena Bilsini

Questa credenza, una volta molto radicata tra le genti del centro Sardegna, così come quella secondo la quale “chi nasce nella notte di Natale non le si slegheranno mai le ossa, e il giorno del Giudizio ritroverà intatto il suo scheletro”, la ritroviamo in uno dei romanzi più celebri di Grazia Deledda: Annalena Bilsini:

“Quella sera, poi, naturalmente, ella aveva da fare più del solito. Le condizioni economiche famigliari erano molto modeste, povere quasi, ma il Santo Natale doveva festeggiarsi egualmente: ella, inoltre, preparava i cibi con abbondanza perché restasse qualche avanzo, da lasciarsi sulla tavola apparecchiata, per i morti che nella notte della Vigilia tornano nelle case dove vissero.

Su questo punto i giovani, ed anche lo zio Dionisio, cominciarono a scherzare.
«Vediamo un po’; chi deve tornare, qui, stanotte? I nostri nonni, con quelle buone lane dei loro fratelli, o i morti che vissero in questa bicocca?».
«Ma torneranno tutti assieme, e Dio sa che gazzarra faranno».
«Si potrebbe sapere, zio Nisio, se la vostra famosa Betta è viva o morta?».
«È morta, è morta: il diavolo se l’è portata via».
«Allora verrà anche lei, e Dio sa che patatrac succede».

Intervenne Annalena, col viso corrucciato. «Non si scherza, sui morti: altrimenti i morti si vendicano. È meglio dire un requiem per loro. Su, tutti in piedi. Requiem aeternam, dona eis, Domine…». E così, la lieta cena di Natale fu iniziata con la preghiera per i morti”.

Natale in Sardegna raccontato da Grazia Deledda – Il vecchio Moisé

Il dono di Natale Grazia DeleddaLa notte di Natale è un momento magico per tutta la famiglia, che si ritrova unita nel ricordo dei propri defunti. Ma non solo. Anche per i più piccoli si trattava di un momento del tutto eccezionale, uno di quelli in cui potevano rimanere svegli sino a tardi, magari per ascoltare sos contos de fochile, ovvero le fiabe, le leggende e i racconti popolari davanti al crepitare del fuoco.

Così come avviene nella novella Il vecchio Moisé, contenuta ne Il dono di Natale, uno dei classici della letteratura deleddiana, raccolta da leggere durante il periodo natalizio e non solo, col quale terminiamo il nostro viaggio nel Natale in Sardegna raccontato da Grazia Deledda:

“Quando Moisé tornava a casa per Natale noi ci affollavamo attorno a lui per sentire le sue storie. Egli sulle prime si faceva pregare; preferiva insegnarci ad arrostire tra la brage le ghiande, che si gonfiavano e diventavano rosse e saporite come castagne; e ci diceva che in certi paesi della Sardegna si fa anche il pane di farina di ghiande, al quale si mescola una certa argilla che lo fa diventare più saporito e consistente; poi a furia di preghiere e di occhiate supplichevoli, si riusciva a fargli raccontare qualche storia.

Seduti intorno al camino ove ardevano interi tronchi di quercia o intere radici di lentischio, nere e aggrovigliate come teste di Medusa, noi ascoltavamo attentamente. Era presto ancora per la grande cena, che si fa dopo il ritorno dalla messa di mezzanotte, alla quale noi però non assistevamo perché la notte di Natale è quasi sempre rigida e nelle notti rigide i ragazzi devono andare a letto; ma per noi e per tutti quelli che volevano mangiare senza profanare la vigilia veniva preparato un piatto speciale, di maccheroni conditi con salsa di noci pestate, e con questo e con le storie di Moisé ci contentavamo. Egli dunque soffiava sul fuoco con un bastone di ferro; un bastone bucato che era poi una vecchia canna d’archibugio, e raccontava.

Quando nacque Gesù, – egli diceva, – la gente era buona ancora e senza malizia; ma appunto perché gli uomini eran ingenui e avevan paura di tutto, il mondo era infestato di esseri maligni. Allora esistevan le cattive fate, che potevan cambiarsi in animali e spesso andavano nelle case, sotto forma di gatti, di cani o di galline, e vi portavano sventura; allora esistevano i cavalli verdi, che portavano i proprii cavalieri nei precipizi; esistevano i vampiri, esistevano i serpenti e specialmente uno terribile che si chiamava Cananèa ma sopratutto davan da fare ai buoni pastori e alle buone massaie i diavoli che prendevano aspetto umano e si fingevano anch’essi pastori e venivan riconosciuti solo dalle unghie attorcigliate o dai piedi simili a quelli dell’asino.

Gesù venne al mondo per liberarlo da tutti questi esseri maligni, e specialmente dai diavoli; infatti adesso non ne esistono più; ma prima di sparire dal mondo, i diavoli e gli esseri maligni cosa fecero? Lasciarono qua e là oggetti così impregnati della loro malignità che gli uomini che li toccavano diventavano cattivi e tramandavano la loro cattiveria ai loro discendenti”.

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