Straordinarie notizie da un altro pianeta: omaggio a Hermann Hesse

omaggio a Herman Hesse

Straordinarie notizie da un altro pianeta. Un omaggio a Hermann Hesse per il centenario della pubblicazione di questa fiaba il 3-13 maggio 1915 nella “Neue Zurcher Zeitung”.

In una provincia del pianeta in cui vive il nostro eroe, era accaduta una spaventosa disgrazia; un terremoto aveva distrutto tre interi villaggi, danneggiando giardini, campi, boschi e piantagioni. Erano morti molti uomini e animali, e cosa ancora più triste, mancava la quantità di fiori necessaria per coprire i morti.

Al resto si era provveduto: “Messaggeri latori del richiamo d’amore avevano percorso le regioni circostanti subito dopo il terribile evento, e da tutte le torri della provincia si udivano i cantori intonare quei versi commoventi, così toccanti, che fin dai tempi antichi sono noti come il saluto alla dea della pietà, e al cui suono nessuno sa resistere.”

Cortei di partecipanti erano giunti da tutte le città e villaggi, per aiutare i superstiti. Inizialmente, tutto veniva fatto in rispettoso silenzio, ma presto qua e là si udì una voce allegra, un lieve canto che accompagnava il lavoro collettivo; un’antica cantilena che, in una strofa, diceva : “La divina gaiezza sgorga dall’azione comune”.

Ma in quel momento si evidenziò la deplorevole mancanza di fiori. I primi morti erano stati onorati con i pochi disponibili, ma terminati, non si sapeva come rispettare la tradizione che “impone di ornare festosamente ogni uomo e animale morto con i fiori di stagione, e che i funerali siano tanto più ricchi e fastosi quanto più improvviso e triste è stato il decesso ”.

Il più anziano della provincia decise di portare i corpi nel tempio del sole situato nei monti, dove la presenza della neve li avrebbe conservati, in attesa che, con l’aiuto del re, si fossero trovati i fiori necessari a onorarli degnamente “per la festa della loro metamorfosi”.

Per rivolgersi al re, fu scelto un giovane messaggero che, provvisto di un cavallo, per tutto un giorno cavalcò percorrendo la strada dei monti; giunta la sera, proseguì a piedi sul ripido sentiero, tenendo il cavallo per le briglie. Lo precedeva un grosso uccello nero che non aveva mai visto, e che seguì sinché andò a posarsi sul tetto di un piccolo tempio: “Da altare fungeva un semplice blocco, una pietra nera che non era della zona, e su di essa l’immagine di una divinità che il messaggero non conosceva: un cuore che un feroce uccello divorava”.

Il giovane offrì alla divinità una campanula azzurra che aveva raccolto ai piedi del monte, poi cercò invano di dormire. Nel cuore della notte, uscì dal tempio e iniziò a conversare con l’uccello; gli narrò della morte dell’amico e del cavallo cui era molto affezionato.

Alla domanda su quanto fosse terribile morire, rispose che non lo era, trattandosi solo di un congedo; il suo dolore era dovuto alla mancanza di fiori adatti ad una degna sepoltura dei suoi amici. E all’affermazione: “C’è di peggio di questo”, rispose: “No uccello, non ci sono cose peggiori. Chi viene seppellito senza fiori non può rinascere secondo il desiderio del suo cuore. E a chi seppellisce i propri morti e non celebra, nel farlo, la festa dei fiori, in sogno appaiono le ombre dei defunti.” Al che l’uccello replicò: “Ragazzo, tu non sai niente del dolore, se non hai provato altro che questo. Non hai dunque mai udito parlare dei grandi mali? Dell’odio, dell’assassinio, della gelosia?”.

Sentendo queste parole, rispose con tono deferente: “Se ne legge nelle vecchie storie e favole. Ma si tratta di cose fuori dalla realtà, o forse, tanto tempo fa, nel mondo non c’erano ancora fiori e buoni dei. E’ forse così ?” L’uccello rise piano con la sua voce stridula, poi lo invitò a salirgli in groppa, per recarsi dal re.

Lasciato l’uccello, ciò che vide uscendo dal bosco gli fece pensare che fosse imperversato un terremoto. Tale era lo stato d’abbandono che temette che, in quella terra, fossero stati uccisi tutti gli abitanti; molti corpi giacevano in mezzo alle rovine. Poi gli tornarono in mente le parole dell’uccello, e capì di trovarsi in un altro pianeta. Ciò che vedeva era la realtà.

In quel momento, vide aggirarsi un uomo vivo. Quando gli fu vicino, il giovane provò spavento e compassione, l’uomo era un essere orribile che poco somigliava ai figli del sole. Sembrava abituato a pensare solo a se stesso, ad aspettarsi che accadesse solo e sempre qualcosa di brutto, falso e perfido, e che vivesse perennemente in incubi raccapriccianti. Da lui seppe che si trattava della guerra, si trovava in un campo di battaglia, e gli indicò la tenda del re di quel paese. Dal re ricevete le risposte ad una serie di domande che, l’esperienza dell’incontro con un genere umano che viveva nell’angoscia della morte ma si scannava in massa, aveva suscitato.

Un lungo dialogo che rivela come la sofferenza incontrata fosse infinitamente superiore a quella immaginata. Un sogno angoscioso, riferibile solo ad un’antica leggenda del suo pianeta, che narrava di cose come la guerra, l’assassinio e la disperazione, e che alla fine lo portò a porre ancora una domanda: “Non vi è mai venuta l’idea che il mondo possa essere un tutto unico, e che potrebbe essere cosa felice e consolante onorare il tutto in consapevolezza e servirlo ?” Commosso, il re rispose che anche a loro queste cose erano note attraverso una leggenda “che narra di un saggio di tempi antichissimi, il quale percepiva l’unità del mondo quale unità delle sfere celesti.”

Immerso in nuovi pensieri, il giovane ripercorse la pianura, finché con l’oscurità giunse ai margini del bosco. Il grande uccello calò dalle nuvole, lo prese in groppa, e attraversarono la notte, silenziosi e fluidi come il volo di un gufo.

Al risveglio, il giovane si ritrovò accanto il cavallo. Del grande uccello, del suo viaggio in un altro pianeta, del re e del campo di battaglia non c’era traccia, se non come un’ombra nel suo animo. Si diresse quindi verso la capitale, dove ottenne l’aiuto dal re; i fiori di cui aveva bisogno, erano a sua disposizione.

Rientrato al villaggio, seppellì i suoi amici e piantò sulle loro tombe due fiori, due arbusti e due alberi da frutto. Il dolore per la loro perdita divenne un bel ricordo, ma ricomparve quello del suo viaggio.

Per una notte ed un giorno, sedette sotto l’albero dei ricordi, lasciando emergere nei pensieri ciò che aveva visto nel pianeta straniero. Quindi si recò dall’anziano e riferì tutto quanto, aggiungendo: “In me è rimasta un’ombra di tristezza ed è come se, nel pieno della felicità di vivere, da quell’astro spirasse verso di me un gelido vento.”

Su consiglio dell’anziano, prese fiori, miele e canti, e andò in cerca del tempio. Lungo la strada, ritrovò il luogo in cui aveva raccolto la campanula azzurra e il sentiero che portava alla montagna, ma il luogo in cui sorgeva il tempio e il tempio stesso, con la nera pietra sacrificale, non riuscì a trovarli né quel giorno né mai.

Al rientro, lasciò le offerte nel santuario del ricordo amorevole, e affidò alla divinità il suo sogno. Giunto a casa con cuore leggero, appese alla parete della stanza l’immagine dell’unità dei mondi, e ripensò, in un profondo sonno, agli avvenimenti del giorno. L’indomani, lui e i suoi vicini, cancellarono cantando, le ultime tracce del terremoto dai giardini e dai campi.

Le paure dei bambini trovano risposta nei significati che gli adulti danno all’esistenza umana. Hermann Hesse ci ricorda che non basta disprezzare la guerra, la tecnica o la febbre di denaro, bisogna sostituire agli idoli del nostro tempo un credo.

Virginia Gasperini
Psicoterapeuta

Per saperne di più:

Hermann Hesse – Leggende e Fiabe

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