Piro e tròddio: quale differenza c’è tra le due tipiche usanze sarde?

Scorreggiare in sardo

Piro e tròddio: quale differenza c’è tra le due tipiche usanze sarde?

La risposta a tale quesito arriva ancora una volta dai membri della famosa Acadèmia de Su Trigu, massimo organo natzionale che riunisce gli esperti di linguistica, etimologia, fraseologia nonché usanze sarde, celebri per aver già sdoganato la tipica usanza sarda di non pronunciare l’italica parola “cavallo”.

«Spesso ci capita di sentire delle persone che, dopo aver fatto un piro, si vantano di aver prodotto un tròddio. O viceversa, alcuni che dopo aver troddiato si vergognano, giustificandosi: “era solo un piro“. Bisogna quindi fare chiarezza, perché le parole sono importanti e non è più possibile che i sardi non sappiano riconoscere un piro da un tròddio. Si tratta di usanze sarde che vanno tutelate».

Piro e tròddio: cosa sono e quanti ne facciamo

Femmine e uomini, indistintamente, producono qualcosa come un litro di gas al giorno (c’è chi ne fa solo mezzo litro, chi anche un litro e mezzo, ma conosciamo gente che arriva anche a due se non di più).

Questi gas, come tutti sappiamo, vengono espulsi con le flatulenze, ossia piri e troddi. In media, quindi, ognuno di noi ne produce tra 10 e 25 in un giorno.

Attraverso il piro e il tròddio espelliamo principalmente gas leggeri e inodori, sia quelli ingeriti (azoto e ossigeno), sia prodotti internamente dal nostro corpo (anidride carbonica e idrogeno).

Come riconoscere un piro da un tròddio

Sebbene entrambe queste due tipologie di flatulenza abbiano la stessa origine fisiologica e il meccanismo chimico sia praticamente identico, c’è una sostanziale differenza tra un piro (chiamato su piru o su pidu in sardo) e un tròddio (su tròddiu o sa tròddia).

Il piro: su piru o su pidu

La parola della lingua sarda contemporanea “piru” o “pidu” deriva dall’antico sardo o latino “peditum” ossia dal verbo “pedo” o “pedare”. Si tratta di un termine di origine proto-indo-europea: il che significa come già gli antichi scorreggiassero. Non a caso, in lingua sarda si dice: “anticu che pidu” o “antigu cumenti unu piru” per indicare una cosa molto vecchia.

Ovviamente, piro è una parola onomatopeica: indica un peto leggero, sibilante e armonioso, quasi un impercettibile soffio alle orecchie delle persone. La durata è generalmente breve. Quando è brevissima si chiama “pireddu”. Quando invece produciamo unu piru spissu potrebbero sorgere dei problemi: il gas sta passando allo stato liquido!

Il piro è quindi una scorreggia che tendenzialmente rimane segreta, in particolare quando questa viene fatta dalle donne. In sardo si dice infatti “piru de isposa” (scorreggia di fidanzata) per indicare un segreto o una cosa che non si dovrebbe dire.

Il tròddio: su tròddiu o trùddiu, sa tròddia o trùddia

Il tròddio, invece, si distingue dal piro per la sua carica sonora. La parola sarda “tròddiu” è anch’essa onomatopeica, in quanto ci fa capire come questa tipologia di scorreggia sia alquanto rumorosa.

Il nome, infatti, richiama su tronu (il tuono) ed è imparentata con bìddiu (ombelico). Il suo significato sarebbe quindi di “tuono dell’ombelico o della pancia“, ma questa etimologia è ancora molto discussa dagli studiosi.

Celebri sono le gare di tròddi,  molto diffuse in tutta la Sardegna già dai tempi dei nuragici e degli shardana. Pertanto, la frase “E piticu su tròddiu” deve essere interpretata come un elogio, perché non è da tutti fare troddi lunghi e ritmati senza cagarsi addosso. Tra le varie discipline presenti in gara, segnaliamo: tròddiu longu, tròddiu sega cartzonis, tròddiu petonau.

D’altronde si tratta di un’arte nobilissima, quella di far trombetta col cul, di cui parla anche Dante Alighieri nella Divina commedia. Che il Sommo poeta non l’abbia scoperta durante il suo viaggio in Sardegna in compagnia del gentil Nino? Chi lo sa.

Usanze sarde: troddionai

Di sicuro, sappiamo che un’altra attività molto diffusa in tutta l’isola è quella di troddionai o troddionare: significa che c’è un sacco di gente che non riesce a farsi gli affari propri e va in giro appunto a crastulare. Come si può vedere: dalla bocca possono uscire flatulenze ben peggiori di quelle che emettiamo col sedere.

Ma piro e tròddiu puzzano?

Generalmente, piro e tròddio sono emissioni di gas inodori. Certo, possono causare un leggerissimo odore, percepibile per lo più da gente deligara de nasu.

Quando la scorreggia puzza è meglio chiamarla in maniera completa oppure con un altro nome, a seconda della tipologia di odore emesso.

Se l’odore è abbordabile, cioè fait a dd’aguantai o a lu poderare, possiamo parlare di piru o tròddiu fragosu.

Se inizia a essere cosa importante, allora si chiama fragh”e medra ma vuol dire che l’emissione gassosa è accompagnata da ben altro.

Ma quando produciamo una flatulenza non tanto sibilante ma piuttosto molto puzzolente, spesso simile in tutto e per tutto al terribile odore delle uova marce, la dobbiamo chiamare Loffa o Lòfia. Un’usanza molto comune è quella di fare terribili Lòfias in ambienti chiusi e fuggire.

Piri e tròddi pesano?

In generale, quindi, il piro è molto delicato e silenzioso, mentre il tròddio è più rude e rumoroso.

Possiamo inoltre affermare con certezza che piri e troddi sono formati per lo più da materia allo stato gassoso, quindi sono leggerissimi.

Se diventano liquidi o solidi, vuol dire che ci siamo bollati le mutande e, cosa ancora peggiore, che la scorreggia si è già trasformata in cacca.

Quindi, se sentite cosa pesante nelle mutande dopo aver emesso quello che, sbgaliandovi, pensiate sia stato un piro o un tròddio, non andate da mamma a chiederle: oh mamma, ma le scorregge pesano? Arrivateci da soli come Fisineddu.

“Mamma?”
“Ita est Fisineddu?”
“Pirus e tròddius, grai funt?”
“Nossi: gassu est!”
“E intza’ mi seu cagau!”

Su pipius.com puoi leggere anche:

Caganer: chi è il pastore che fa la cacca nel presepio catalano?

Acadèmia de Su Trigu: obbligatorio esclamare “ti còddiri” quando qualcuno dice “cavallo”

Libri e consigli di lettura

L’arte di petare

“È davvero un gran peccato, Lettore, che pur petando da tempo immemorabile tu ancora non sappia come lo fai e come dovresti farlo. Si pensa comunemente che i peti non differiscano tra loro che nelle dimensioni – ovvero nell’essere piccoli o grandi – e che in definitiva siano tutti della stessa specie. Grossolano errore. Petare è un’arte, dunque una cosa utile alla vita, come dicono Luciano, Ermogene, Quintiliano e tanti altri autori. Saper petare correttamente, infatti, è più importante di quanto non si pensi. Non esiterò dunque a rendere pubbliche le mie ricerche e le mie scoperte su tale arte a tutti i curiosi desiderosi di metterci il naso.”

L’arte di petare: prova teorico-fisica e di metodo a beneficio delle persone stitiche, serie e austere, delle signore malinconiche e di tutti coloro che restano schiavi del pregiudizio – di Pierre Thomas Nicolas Hurtaut

Il gigante Gambipiombo

Un gigante affamato di nuvole che svuota il cielo e si riempie la pancia per poi esplodere in ciclopiche scoregge, oche intelligenti che si fingono cammelli per sfuggire a una fine certa: un racconto pirotecnico che farà divertire i più piccoli in modo intelligente.

Il gigante Gambipiombo – di Fabian Negrin

Share
eBook Indibooks Amazon