Su beranu: la primavera in Sardegna nelle poesie di Peppino Mereu

Primavera in sardegna

La primavera in Sardegna è una stagione dai mille volti, non solo climatici, ma anche esistenziali. In lingua sarda, la stagione primaverile si indica col termine su beranu. Com’è noto, la primavera ha sui poeti d’ogni tempo e luogo una forza ispiratrice tutta particolare. Lo stesso possiamo dire per i grandi poeti sardi, che spesso hanno cantato pregi e difetti, reali e metaforici, di questa stagione così ricca di significato.

Per affrontare questo viaggio, abbiamo scelto i versi di uno dei più grandi poeti in lingua sarda: Peppino Mereu (1872 – 1901). Con lui andremo alla scoperta della magia de su beranu, la primavera sarda.

La primavera in Sardegna. A Tonara tra storia, vita e tradizioni

Nei villaggi della Sardegna, la primavera è sempre stata una stagione attesa con gioia e speranza da pastori e contadini, nonché dai commercianti che attendevano proprio il bel tempo per andare a vendere le loro mercanzie in giro per l’isola. Infatti, su beranu è la stagione della festa di Pasqua, della rinascita, delle grandi sagre campestri che si organizzano da tempo immemorabile in ogni zona della Sardegna.

Anche i tonaresi, artigiani e mercanti conosciuti in tutta la Sardegna, aspettavano con impazienza la primavera per commerciare e vendere i loro prodotti unici e di qualità, come gli oggetti realizzati col legno e col metallo, o ancora il torrone di miele e frutta secca dall’inconfondibile sapore.

Ma su beranu veniva accolto con trepidazione anche dai pastori, che col bel tempo tornavano finalmente dai pascoli delle pianure per ricondurre gli armenti tra i pascoli montani floridi e liberi da neve e ghiaccio.

Primavera in Sardegna: su beranu a Tonara

Nella splendida poesia intitolata A Tonara, suo paese natale, Peppino Mereu descrive la primavera in maniera allegra e gioiosa. In questo senso, su beranu viene presentato proprio come un momento atteso da tutti; un momento in cui la Natura si trasforma.

Intorno a noi, i prati verdi pieni di fiori colorati ritornano finalmente a vivere e nell’atmosfera si spandono i suoni e i canti delle danze e delle serenate d’amore. L’aria diventa giocosa e spensierata per tuttiinvita i bambini al gioco all’aria aperta e dà il via a un concerto di immagini, colori e suoni che sembrano davvero preannunciare tempi di festa anche per gli adulti.

Dogni ann’in beranu
ti mudas, ricca d’ervas e fiores,
dae su campidanu
torrant in sin’a tie sos pastores,
tando ses fittianu
dulche nidu de festas e amores,
e tue, gentile, ispricas
su gosu tou in cantos e musìcas

(A Tonara)

Un popolo senza primavera

Ma in primavera, nonostante le apparenze, non si fa sempre festa. Anzi, a volte l’allegria genuina emanata dalla Natura si rivela stridente se non addirittura dolorosa se paragonata allo stato in cui si trovano le persone. In particolare, in Sardegna, dove su beranu non può mai essere considerata una condizione di piena allegria.

Sì, perché se da un lato la primavera climatica annuncia la fine dell’inverno, dall’altro quella dello spirito sembra non concretizzarsi mai. L’isola, in altri termini, rimane una terra senza primavera; una terra condannata a vivere in uno stato perenne di guerra e senza alcuno spirito di fratellanza: ecco il vero male che accomuna i Sardi.

Ma l’incapacità di creare uno stato primaverile nella nostra terra è colpa nostra, dei Sardi che – afferma Peppino Mereu – non riescono a ribellarsi in maniera seria e costruttiva, ma preferiscono far fiorire la miseria come le rose a primavera.

Vanu est preigare sa costanzia
a zente chi su coro at mort’in sinu:
semus in fratellanzia,
sa fratellanz’ ’e Abel’e Cainu.

Semus zente macaca e pagu seria
cand’a su riccu tendimus sa manu,
mentres chi sa miseria
est florinde che ros’in beranu.

Viles! Non protestamus, ma pedimus
unu cogon’a chi est riccu e vile!
Dae cussu partimus,
cun su velen’in coro a su Brasile.

(Avanti!)

Pro custa terra rosas e beranos

La primavera, quindi, lungi dall’essere solamente una stagione della Natura dev’essere considerata anche una dimensione spirituale; uno stato dell’esistenza che però non dobbiamo mai smettere di immaginare e sognare. Questo è anche l’augurio che il poeta tonarese fa alla sua Sardegna: quella di diventare, un giorno, una terra di rosas e beranos.

Mancar’in testa giuta pilos canos,
sa mente sognat e su coro bramat
pro custa terra rosas e beranos.
Su coro meu galu s’infiamat,
su chizu, privu d’unu chizu ermosu,
amarissimas lagrimas derramat.

(A Nanni Sulis II)

Primavera in Sardegna tra sogno e poesia

L’arrivo della primavera in Sardegna è stato annunciato più volte ma, concretamente, non si è mai realizzato. Da secoli ormai, i piani di rinascita e le promesse politiche inondano le nostre orecchie e pietrificano i nostri cuori. La realtà è quella di una terra sempre più povera e disabitata; una terra che, allora come oggi, vede i suoi figli e le sue figlie partire, per andare a cercare proprio quella primavera che in Sardegna non arriva mai.

E così, per non tornare indietro e non trasformarci in statue di sale o pietra, guardiamo avanti. Per consolarci, ascoltiamo i versi di quei poeti che, grazie alla bella stagione, possono lasciare le oscure cantine e i fumosi magazzini per salire sui palchi a cantare; a raccontare alle orecchi più sensibili le vicende della nostra vita e quelle della nostra terra che un giorno di primavera (forse) rinascerà.

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