Quando in Sardegna si mangiavano i fenicotteri… e se ne suonavano le ossa

In questi giorni di “quarantena”, gli animali sembrano essersi rimpossessati degli spazi vuoti lasciati dagli uomini. Dai leoni in giro per le città africane, ai delfini che nuotano liberi nel porto di Cagliari. Per arrivare al fenicottero che passeggia libero e senza preoccupazioni per le strade di Quartu.

Una passeggiata per le vie della città che, sino a qualche tempo fa, sarebbe stata un po’ più pericolosa per questo splendido pennuto, chiamato in sardo mangoni, fiammanti o gent’arrùbia. Sì, perché ancora nel Settecento il fenicottero veniva cacciato dagli uomini che ne vendevano le carni e le ossa al mercato nero. Un po’ come succede oggi in Cina con pipistrelli e altri uccelli selvatici.

Lingua e cervello di fenicottero: una specialità culinaria d’altri tempi

Secondo lo storico romano Gaio Tranquillo Svetonio, in epoca antica si compivano stragi di fenicotteri per imbandire sontuosi banchetti. La loro carne era infatti molto ricercata; ma erano soprattutto la lingua e il cervello ad essere considerati una vera e propria squisitezza, almeno secondo Plinio, Marziale e Giovenale.

Nel suo celebre Viaggio in Sardegna, lo scrittore Paul Valery racconta che Francesco Cetti (1726-1778), autore della Storia naturale di Sardegna, una sera venne invitato a cena da un rispettabile prelato, il quale gli fece preparare cervelli e lingue di fenicottero fritte.

I commensali – racconta Valery – trovarono le cervella simili a tutte le altre che si mangiano; le lingue furono più gradite, ma il padre Cetti confessa che questo cibo sì ricercato presso gli antichi, gli parve rassomigliasse molto alla tetta di vacca.

Le due lingue che l’ingegnoso gesuita aveva gustato, e che tutte e due non facevano che una boccata, gli furono di peso allo stomaco tutta la notte, e principiarono a dimostrargli la necessità di quella espettorazione forzata alla quale aveva ricorso la ghiottoneria romana.

Paul Valery – Viaggio in Sardegna

Quando le zampe del fenicottero si suonavano: is launeddas d’osso

Un’altra ragione per cui ancora nei tempi antichi il fenicottero veniva cacciato dagli uomini, risiedeva nelle ossa delle sue lunghe zampe. A riportare questa particolare usanza, è proprio il Cetti nella sua Storia naturale di Sardegna:

Delle ossa della gamba (del fenicottero) – scrive Cetti – ne fa gran conto il Campidanese per la costruzione delle sue launeddas ossia flauti. L’ordinaria materia di questi suoi strumenti musici è la canna palustre… ma la materia più apprezzata sono le ossa della gamba del fenicottero.

Dicono che il suono ne è incredibilmente dolce, e acuto, e propagantesi a strana distanza; corre medesimamente la opinione, che le launeddas fatte di tal materia sono proibite, e ciò per ragione, che sono atte a travolgere gli uomini a qualunque eccesso al pari dei flauti di Timoteo.

Francesco Cetti – Storia naturale di Sardegna

Fenicotteri: «il più bello spettacolo»

Per fortuna, già nell’Ottocento la barbara caccia ai fenicotteri pare fosse già terminata. A riportarlo è sempre Valery, il quale ci offre anche un’emozionante e suggestiva immagine dello stagno di Cagliari e Quartu nella prima metà dell’Ottocento:

Il più bello spettacolo dello stagno, è il vedere, nei giorni sereni, librarsi sulle ali e volteggiare al disopra delle acque innumerevoli follate di fiammanti (fenicotteri), le cui leggiadre rosse piume spiccano sull’azzurro del firmamento, e le ali fiammeggianti risplendono da lontano ripercosse dal sole.

Paul Valery – Viaggio in Sardegna

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